Il cimitero dei bambini
C’è una cosa di cui io non parlo mai.
Il terremoto che l’inverno del 2002 ha ammazzato i bambini di San Giuliano.
Perchè non ne parlo? Perchè ci sono stata.
Al tempo facevo volontariato per l’ANPAS Toscana e quell’inverno il mio responsabile di gruppo mi chiese se me la sentivo di partire con la Protezione Civile. Accettai, ma posi un veto : sarei partita solo se ad accompagnarmi ci fosse stato il mio migliore amico dell’epoca, soccorritore “senior”.
Fu così che una mattina di Novembre alle 4.00 salimmo sul furgone insieme ad altre 4 persone sconosciute e andammo in Molise.
I miei compagni di viaggio me li ricordo tutti, ragazzi giovani, buoni.
Arrivammo a Colletorto, un paesino non molto distante da San Giuliano, alle 12.30, in tempo per il pranzo nella cucina viaggiante, un convoglio bianco che parte dal luogo di ricovero e si reca in maniera indipendente nei luoghi di crisi.
Colletorto non era un albergo a 5 stelle. Non c’erano camere o ostelli, c’erano solo le tende ministeriali blu, per la metà occupate dagli sfollati. Se volevi dormire dovevi accaparrarti una tenda. E se non c’erano tende libere te ne dovevi montare una. Niente doccia appena arrivati, la doccia si faceva solo la sera nel container bagno e se di giorno ti sporcavi c’era solo acqua fredda.
C’era polvere, fango, distruzione.
Così noi 6 andammo un po’ in giro per il campo e trovammo una tenda da svuotare e ripulire e tempo un paio d’ore avevamo il nostro alloggio di lusso.
C’erano -2 gradi e un vento bastardo.
Il pomeriggio io fui impegnata all’accoglienza degli sfollati. Mi chiedevano coperte, cuscini, assorbenti femminili. Io li guardavo, coi vestiti marroni, le donne con il fazzoletto nero in testa, dai 10 ai 90 anni e mi chiedevo come si possa essere tutti uguali ma tanto diversi.
Il giorno dopo mi spostai dove dovevo effettivamente lavorare. Ero docente di Funzioni di Supporto, il che vuol dire che dovevo andare al palazzetto dello sport di San Giuliano, dove erano stati sistemati gli uffici dei docenti e delle forze dell’ordine.
A San Giuliano. Alla scuola.
Partimmo alle 7, io e un mio “coinquilino”, ci sistemarono nel box vicino al gruppo Radio e per tutto il giorno monitorammo le scosse di terremoto e organizzammo convogli di soccorso con qualsiasi mezzo a motore a nostra disposizione. Come sedie avevamo due sedie da giardino, un tavolo precario e un buono pasto per un primo O un secondo.
C’erano volontari di tutte le categorie, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, scout, ma niente civili, non potevano entrare.
Nei giorni successivi tutto si svolse in fretta, tra sveglia alle 6, lavoro fino alle 19, cena frugale, doccia e chiacchiere fino a tarda notte.
Si stava bene, si stava insieme.
Di giorno, quando ero al palazzetto ogni tanto uscivo nel cortile e guardavo il paese, la scuola crollata alla quale non ti potevi avvicinare e giocavo con i cani e gatti dei bambini morti. Nelle operazioni di messa al sicuro delle famiglie per alcuni di loro non c’era stato spazio. E così stavano con noi, senza una casa, senza i loro bambini, anche gli animali tristi a modo loro.
Una sera una tromba d’aria colpì il nostro campo, io e il mio “collega” rimanemmo bloccati al palazzetto fino alle 8 di sera senza poterci spostare perchè lo stesso campo sfollati era inagibile.
Telefonate, messaggi, una sequela di ansie e paure. Poi ci danno il permesso di muoverci e tornare alla base. Buio pesto, strade dissestate, niente striscie a terra, niente guard rail, a picco su dirupi e con un vento che portava via anche il furgone. Ci siamo messi a cantare con la radio accesa per non pensare a niente.
Poi è arrivato il giorno della partenza. Io non potevo restare più di 8 giorni perchè per regolamento, essendo al primo intervento in emergenza, dovevo tornare a casa per il debriefing (trattamento psicologico del trauma da emergenza).
La mattina abbiamo svuotato la tenda, piegato le mille coperte, rifatto le brande, buttato la scatola di Tavernello divisa in due che faceva da vaschetta per le stufe per eliminare la secchezza nell’aria.
Salutiamo tutti, baci, abbracci strettissimi, e saliamo di nuovo sul furgone. Questa volta in 3, altri 3 erano rimasti al campo per altre 2 settimane.
Decidiamo di passare a rendere omaggio ai bambini nel cimitero costruito apposta per loro.
E questa è la cosa, di tutte, che davvero non dimenticherò mai.
Quando si va al cimitero in genere si visitano tombe di nonni o comunque lapidi con foto grigie e anonime.
Immaginate quasi 30 lapidi con foto a colori, loro che sorridevano, che facevano il bagno in mare, che giocavano a calcio, che pettinavano le bambole.
E sotto i loro giocattoli preferiti, gli stemmi delle associazioni, i cappellini dei volontari.
Io ci ho lasciato il mio berretto blu da soccorritore. Ma ci ho lasciato anche un pezzo di cuore perchè una cosa così non te la dimentichi mai.
Sono passati 6 anni e ci penso ancora, mi ricordo ogni minuto di quei giorni laggiù.
Da allora ho smesso anche di fare volontariato in ambulanza, non perchè non voglia più ma perchè sono cambiata. Ero una persona migliore? Forse si.
Ma una cosa è certa, se mi chiamassero per un’emergenza con la Protezione Civile partirei anche domani.







Certe cose non si dimenticano mai…ma se riesci a raccontarle, scriverle…allora non ti tormenteranno…saranno sempre con te…e come un vecchio amico ti saranno d’aiuto nei momenti difficili, ti daranno forza.
Sei una brava persona. :)
Mamma mia che coraggio hai avuto………. sono cose che ti segnano, non tutti sono in grado di sopportare situazione del genere……. complimenti…
Mi si inumidiscono gli occhi. Sapevo che eri stata volontaria e che avevi fatto tanto ma non sapevo di questo. Io credo che sarei crollata. Tu no. E sei rimasta, col tuo cuore grande, ad aiutare chi aveva bisogno. Chi ha visto la propria vita spazzata via in un istante.
La mia fatina speciale!
PS: noi abbiamo un incontro chicchiereccio in arretrato tesora!!! Week end o in settimana? :D
basci e buona domenicaaaa