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Blogfest 2008 : è ora di dire la mia
Sono partita sabato mattina dopo giorni di consultazione via gtalk con diabolik su cosa portare e che tempo facesse, emozionata e ancora incredula per quello che stavo andando a fare, io che di solito non frequento estranei e figuriamoci se vado due giorni in un posto dove non conosco nessuno.
Ma, colpevole Andrea Beggi, che un giorno mi ha detto “ma tu ci vieni alla blogfest?”, come si suol dire mi ha messo la pulce nell’orecchio e ho deciso di provare.
Sono arrivata in hotel verso le 11, appena in tempo per farmi scortare da Andrea con le bici gentilmente fornite dall’hotel fino al centro. Tra una chiacchiera e l’altra mi godevo il panorama e gli avrò detto 700 volte “ehi ma qui è proprio bello, dopo vengo a fare due foto”. Illusa, ha iniziato a piovere e non ha MAI più smesso. Ma questo lo sapete tutti.
Arriviamo in piazza Battisti per il Fashion Camp e lì c’è stato lo choc. Andrea mi ha presentato a tutti quelli che incontravamo (facce perplesse e interrogative perchè pochi mi leggono e nessuno mi conosce) e, in quanto facente parte dei blogger meno letti, arrivare con il blogger più famoso è stato abbastanza paradossale.
Finalmente poi ho incontrato diabolik, fidato compagno di permanenza a Riva, tra furti di ombrelli, prosecchi e code per mangiare.
Il resto del tempo lo abbiamo passato a cercare di schivare la pioggia, tra Pala Meeting e Tiffany (dove io chiaramente non potevo entrare, ma sorvoliamo sull’argomento).
Foto poche ma chiacchiere tante, sono tutt’ora abbastanza in fase di elaborazione mentale.
Ho conosciuto con piacere tanta gente e sentito la mancanza di chi non c’era, ma fortunamente internet è un grande mezzo e sono riuscita anche a parlare sabato notte con la persona che più mi è mancata, Ninna, che mi ha ascoltato e fatto capire tante cose a me poco chiare.
Comunque, tornare a casa è sempre bello ma questa volta non è stato “a cuor leggero”.
Appena ripartita da Riva ho sentito istantaneamente la mancanza di tutti, una cosa che non mi era mai successa, data la mia predilezione per lo stare per i fatti miei.
E quindi un ringraziamento lo devo proprio fare:
Andrea Beggi : per tutto, tu lo sai, tutto.
Diabolik : perchè non sono una compagnia facile e tu mi hai fatto sentire proprio bene :)
E poi Maxime, Dania, dadevoti (ma quanto sei alto!!), Stefigno, Antonio Vergara e tutti quelli che adesso non mi vengono in mente ma che mi ricorderò sempre, sperando anche di riuscire a rivedervi!
Il punto della situazione
Cambiare città. Dietro questa scelta possono esserci milioni e milioni di motivi.
Quando è toccato a me avevo 21 anni e ho lasciato Siena per trasferirmi a Milano.
Ufficialmente per studiare canto in una scuola più bella, ufficiosamente sono semplicemente scappata da una vita che non era più la mia.
Ho mollato famiglia, amici e presunti tali.
Il primo anno tornavo a casa ogni mese, mantenevo i contatti con tutti, era come se non fossi partita.
Dal secondo anno in poi invece buio assoluto, ho tagliato i ponti, ho cancellato numeri, non ho risposto a telefonate. A parte i miei genitori e la mia migliore amica, nessun altro riusciva a sentirmi, ne per telefono ne via mail.
Perchè? Perchè mi ero rotta i coglioni. Di gente che promette di venirti a trovare poi non ci viene, di domande, di curiosità morbosa di sapere com’è la vita al nord, della solita domanda “ma come si sta a Milano?”.
E allora dal 2005 ad oggi non ho più avuto contatti con qualsivoglia persona di mia conoscenza nella mia città di orgine.
Decine e decine di amici ignorati completamente per 3 anni.
E siamo alla resa dei conti.
Da qualche mese a questa parte ho cominciato a riprendere i contatti e ho scoperto cose incredibili.
Alcuni si sono sposati e non mi hanno nemmeno invitato. Colpa mia, direte voi, ma sinceramente non sono state molte le telefonate. Ok, io non avrei risposto, ma loro non hanno chiamato.
Il concetto del “non mi chiami mai” per me non esiste. Siamo nel ventunesimo secolo e il telefono ce l’hanno tutti, non vedo perchè devo essere sempre io a chiamare. Vabbè.
Alcuni invece sono rimasti gli stessi, immutati come se li avessi lasciati ieri. E forse sono proprio loro che mi hanno colpito di più. L’incapacità di evolversi, di crescere, di costruire. Gira e rigira, casa nuova e macchina nuova ma stessa vita, identica. E vi conosco come le mie tasche, lo vedo al volo che siete come 5 anni fa.
E poi ci sono gli altri. Gli amici veri. Quelli che non mi hanno dimenticato e che mi hanno accolto a braccia aperte. Quelli che mi hanno chiesto come va, dove lavoro, dove vivo, che cosa ho fatto tutto questo tempo e di promettere di non sparire più. Che mi hanno chiesto se sono innamorata, se sono felice.
E quindi ho capito che ho fatto proprio bene. Quando hai troppi “amici” una spietata selezione naturale è quello che ci vuole. E non vi rimpiango voi che siete rimasti indietro. Ma neanche un po’.
Friendship
In ogni ufficio in cui ho lavorato, una cosa fondamentale per me è sempre stata trovare un alleato (leggasi compagno di merende).
Mi lascio il primo mese per le valutazioni e dal secondo mese in poi scelgo l’eletto.
Secondo il carattere, le abitudini e il feeling seleziono il collega preferito che mi accompagnerà nel mio percorso aiutandomi a sopravvivere in ufficio.
E’ una prassi, senza sapere che a lavoro c’è qualcuno con cui rifugiarmi in chiacchiere non riuscirei nemmeno ad alzarmi la mattina.
Nel mio primissimo lavoro l’alleata si chiamava Susanna, 31 anni, Controller Senior, carina, gentilissima e simpaticissima. Ci siamo perse di vista causa suo matrimonio, ma la ricordo con piacere. Amicizia superficiale.
Nel secondo lavoro l’alleato si chiamava Marco, Sistemista Windows, 28 anni, parlava solo e soltanto della sua fidanzata lontana, sostanzialmente una palla. Buona conoscenza.
Nel primo lavoro a Milano l’alleato si chiamava Matteo, 23 anni, Tecnico Help Desk secondo livello. Gentile, carinissimo e essenziale per la mia sopravvivenza in quell’ufficio. Amicizia superficiale.
Nel secondo lavoro a Milano l’alleato si chiamava Guido, 36 anni, Sistemista Mainframe. Uomo d’onore e padre di famiglia, mi ha supportato (e sopportato) in ogni cosa, nei turni diurni e notturni. Mi ha fatto i lavori in casa quando ho comprato il mio appartamento e pure tutto il trasloco. Grande amicizia, tutt’ora in contatto.
Nel terzo lavoro si chiamava Andrea, Sistemista Unix. 24 anni, meraviglioso. La mia più grande delusione. Dopo 2 anni di confidenze, aperitivi, uscite, chiacchiere, durante una discussione nella quale chiedevo il perchè di un certo comportamento data la nostra situazione di “colleghi-amici” mi sono sentita rispondere “Tu non sei mia amica, lavoriamo solo insieme”. Grazie. Vai affanculo.
Ma il vero amico l’ho trovato nel lavoro attuale. Edoardo, 33 anni, Industrial Designer. Non si può descrivere. Uguale a me in tutto, mi tratta in un modo in cui non puoi non volergli bene. Tanto per riassumere, da quando lo conosco non mi sento più figlia unica. Amicizia VERA.
Ogni esperienza della vita lascia qualcosa, ogni ufficio o luogo o situazione porta con sè qualcosa da ricordare o da dimenticare. E per me, che vivo l’amicizia come fosse amore, con gelosie, discussioni e affetto incondizionato, trovare qualcuno come me è come vincere alla lotteria. Ho passato mesi a sentirmi sola in questa città, e in 5 anni di testate ne ho battute parecchie.
Ma non ho mai voluto cambiare il mio modo di essere, a chi mi diceva di essere più fredda e meno ingenua ho sempre detto che io lo so da sola se fidarmi o no di qualcuno e anche se di lacrime ne ho versate tante, non cambierò mai la mia voglia di fare amicizia.






